Musica di fiscaletti e tammorre, maranzani e mandolini, viscerale come solo qualcosa che nasce dalla tradizione di un popolo può essere, il folk popolare siciliano ha il ritmo che sa di terra arida e mare, di pelle scura e sole cocente. Voce del passato ma mai come oggi attuale, Rosa Balistreri più di tutti è colei che ha raccontato l’anima della Sicilia.
“Terra can nun senti” la definì, lei che da Licata a Firenze e poi in giro per il mondo visse cento vite in una sola, che dovette cambiar pelle per non soccombere, spesso per non scendere ai compromessi di una società maschilista e classista in cui pochi erano gli eletti. Aiutante bambina del padre “aggiusta sedie”, cantava in strada a piedi nudi il suo dissenso nei confronti di una vita di stenti. Cantò in galera dove finì più di una volta, cantò a Firenze per Dario Fo, poi a Sanremo fra squalifica e proteste, poi di nuovo nella sua Licata – che per tantissimi anni l’aveva snobbata – accolta come grande artista. Speciali la vita e la musica di questa donna, scelta dal poeta Ignazio Buttitta come interprete di molti suoi brani di lotta e di amore.






