Posted on January - 12 - 2011 | 0 Comment

Un tempo Palermo era il cuore della Conca d’Oro. La pianura che circonda la città fino alla metà del secolo scorso era un unico, grande giardino che accoglieva nel verde dei suoi agrumeti i viaggiatori che qui concludevano il Grand Tour: un luogo mitico, raccontato da poeti e scrittori, che andava da Villabate a Sferracavallo. Nel periodo di massima estensione copriva circa 15 mila ettari di terreni intensamente coltivati. I giardini arrivavano fino a 250 metri sul livello del mare, trattenuti da muretti a secco: un complesso di canali, pozzi e pompe – a trazione animale prima, meccanica in seguito – garantiva il regolare approvvigionamento di acqua. Oggi della Conca d’Oro è rimasto poco: negli ultimi cinquanta anni i terreni coltivati si sono ridotti quasi dell’80%, la città è dilagata e si costruisce ancora, con forti rischi di dissesto idrogeologico: i terrazzamenti dei giardini, infatti, fungono da baluardo contro la montagna che a ogni pioggia frana verso la pianura.
Anche l’equilibrio climatico della città è a rischio: le aree agricole coltivate ad agrumi costituiscono un polmone verde molto importante per garantire un giusto grado d’umidità e un arricchimento costante delle falde acquifere. Ma è rimasta intatta ancora una porzione: sono le borgate di Ciaculli e di Croceverde Giardina, coltivate quasi totalmente a mandarini e dove, negli anni ’40, per una mutazione spontanea del mandarino Avana, nacque una varietà nuova che maturava più tardi, da gennaio a marzo. Un mandarino con pochissimi semi, dolcissimo, succoso e dalla buccia fine che si diffuse in modo rapido tra i coltivatori della zona.


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